Mar 22 Ottobre 2019 — 14:41

Mps: il Tesoro pronto a uscire con una maxi perdita, ipotesi fusione resta complicata



Il Mef accelera sulle trattative con Bruxelles. Per le casse pubbliche si profila una stangata, obiettivo limitare i danni

Mps tesoro news

Il Tesoro preme l’acceleratore sull’uscita dal capitale di Banca Mps entro il 2021, in virtù degli accordi vergati nel piano di ristrutturazione firmato a suo tempo con la Dg Comp europea e confermati ieri sera alla stampa dal direttore generale del ministero di via XX Settembre, Alessandro Rivera. In ogni caso per le casse pubbliche si prospetta una maxi perdita, con l’investimento del Mef per complessivi 6,9 miliardi che agli attuali prezzi rischia di andare quasi completamente dilapidato.

Mps, le mosse del Tesoro per una vendita

Per il Tesoro, oggi guidato dal ministro Roberto Gualtieri, è tornato però il momento di agire in fretta sul dossier Mps, di cui detiene una quota del 68,24%, dal salvataggio con burden sharing regolato da un decreto del dicembre 2016 e concretizzatosi nell’estate 2017.

Il dg Rivera ha ammesso che il Mef sta studiando ipotesi di consolidamento per la banca senese. Questo poiché il Tesoro, in base agli accordi, è tenuto a comunicare quest’anno alla Ue come intende uscire dal capitale di Mps entro il 2021, alla scadenza del piano di ristrutturazione. Quindi mancano poche settimane per mettersi in regola. “Lo dobbiamo fare per forza, lo stiamo facendo”, ha detto ieri sera Rivera interpellato dai cronisti a margine di un evento.

Rivera ha detto che “sono allo studio scenari di consolidamento”.

Ipotesi fusione per Mps resta complicata

Le ipotesi prevedono l’asta pubblica, il collocamento accelerato in più tranche sul mercato (accelerated bookbuilding) oppure la fusione tout court con un’altra banca.

Anche nelle ultime ore sono tornati a circolare i nomi dei potenziali pretendenti, da Banco Bpm a Ubi, anche se finora questa ipotesi è stata respinta più volte con forza dai diretti interessati, quasi che fosse un marchio d’infamia. Tanto più che proprio Banco Bpm e Ubi progettano semmai il proprio matrimonio per dare vita a una grande banca del Nord. Certo, gli scenari possono cambiare (soprattutto se dovessero essere concessi ulteriori sconti e/o particolari condizioni).

Non sorprende che circolino ipotesi su un intervento massiccio della ex Sga (ora Amco), controllata a sua volta del Tesoro, per una pulizia ancor più radicale del bilancio di Mps dalla mole di crediti deteriorati, in modo da renderla più appetibile o quanto meno alzarne il prezzo.

Il nodo del prezzo, maxi perdita

Uno degli obiettivi per il socio pubblico dovrebbe essere infatti quello di contenere le perdite, che agli attuali corsi azionari si avvicinano ai 6 miliardi.

Anche una cifra più bassa sarebbe comunque considerevole, visto che lo Stato ha investito 6,9 miliardi in Mps, di cui 5,4 miliardi per una prima ricapitalizzazione e poi 1,5 miliardi nell’operazione di concambio bond-azioni per il ristoro di parte degli obbligazionisti.

Mps è tornata a scambiare in Borsa nell’autunno 2017 a un prezzo poco superiore ai 4 euro, mentre quest’anno ha visto un minimo a 98 centesimi (lo scorso giugno) e un massimo a 1,74 euro.

Il Mef ha un prezzo di carico sulle azioni a 6,9 euro per la tranche principale e 8,5 euro per la parte relativa al burden sharing.

Oggi alle ore 10,56 in Borsa le azioni Mps segnano +1,09% a 1,571 euro.

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