Ven 23 Aprile 2021 — 06:39

Mps, dure accuse a Viola e Profumo: le motivazioni della sentenza



Entrambi sono stati condannati a 6 anni di reclusione a una multa di 2,5 milioni di euro. I due manager si ripromettono di ribaltare la sentenza in appello

mps viola profumo

Sono uscite le motivazioni della sentenza del Tribunale di Milano contro gli ex vertici di Mps Fabrizio Viola e Alessandro Profumo. Si tratta di un avvenimento particolarmente atteso anche perché la banca si era riservata di procedere con un’azione di responsabilità, proprio ieri bocciata dall’assemblea, una volta esaminate le motivazioni.

Mps, le motivazioni della sentenza Viola-Profumo

Le accuse nei confronti dell’ex ad Viola e dell’ex presidente Profumo, oggi numero uno di Leonardo Finmeccanica, sono dure. Entrambi sono stati condannati a 6 anni di reclusione a una multa di 2,5 milioni di euro. I due manager si ripromettono di ribaltare la sentenza in appello.

Per i giudici Viola e Profumo erano consapevoli che la contabilizzazione “a saldi aperti” dei derivati Santorini e Alexandria fosse sbagliata e per questo li hanno condannati per i reati di false comunicazioni sociali per la prima semestrale 2015 della banca e per il reato di aggiotaggio.

“Non residuano dubbi, all’esito dell’istruttoria, circa la piena consapevolezza dell’erroneità della contabilizzazione a saldi aperti, desumibile dal granitico compendio probatorio raccolto, articolato in plurimi e convergenti elementi di significativa pregnanza”, recita la sentenza. Per “gravità degli addebiti (ostinatamente reiterati con le insidiose modalità descritte) e spiccata capacità a delinquere che gli stessi disvelano, si reputa congrua la pena finale di anni sei di reclusione e 2.500.000,00 euro di multa”.

La banca era reduce dall’operazione di acquisizione di Antonveneta. L’artificio, scrivono i giudici, fu utilizzato nella prima semestrale 2015 di Mps allo scopo di abbellire i conti, anche per “prestigio personale” degli imputati. “V’era – quale ulteriore fine (a caratura non immediatamente patrimoniale) – l’aspirazione dei nuovi apicali a vedere accresciuto (illegittimamente) il proprio personale prestigio, quali fautori della rinascita della Banca (che si dichiarava sanata con i tempestivi interventi correttivi)”.

Le accuse del Tribunale di Milano

Viola e Profumo furono chiamati a risollevare le sorti di Mps dopo la gestione Mussari e prima di correggere l’errore di contabilizzazione, continuarono a usare il sistema “a saldi aperti”, affiancando al bilancio di Mps una nota integrativa. Per il Tribunale di Milano “è, altresì, predicabile l’intenzione d’ingannare i soci o il pubblico (richiesta dalla previgente disciplina, quanto al bilancio 2012 che tuttora vi soggiace), desumibile dall’insidiosità del falso (perpetrato scientemente) nonché dalle modalità stesse di divulgazione della contabilizzazione alternativa, integrando i prospetti pro forma il più sofisticato degli inganni (anziché un supplemento di trasparenza, come si è vanamente tentato di dimostrare)”.

Spiegano inoltre le motivazioni della sentenza: “D’altro canto, anche l’assimilazione delle due operazioni (operata in sede di primo restatement pur in difetto di un’evidenza documentale di consistenza pari al Mandate Agreeement) deponeva per una profonda conoscenza della transazione (e, dunque, dei relativi meccanismi di strutturazione), non rivelata per ragioni di mera convenienza (il nuovo management puntava a offrire di sè un’immagine immacolata, provvidenziale e salvifica, fondata sulla netta discontinuità col passato, dal quale andavano prese le distanze, narrazione foraggiata pure dalla vulgata sul fortuito rinvenimento del Mandate Agreement, in realtà sin dal luglio 2009 oggetto di fitti carteggi tra i dipendenti della Banca)”.

Mps, Viola e Profumo preparano ricorso

“Non entriamo nel merito delle motivazioni della sentenza, che sono oggetto di approfondimenti da parte dei nostri legali, in vista del ricorso in Corte d’Appello, nel quale chiederemo la revisione radicale della sentenza di primo grado“, affermano in un commento congiunto i due manager.

“Nel 2012, su invito della Banca d’Italia, abbiamo assunto l’incarico di presidente (Profumo) e di amministratore delegato (Viola) di Mps. Il quadro macroeconomico era difficilissimo, per la crisi del rischio Italia, e la situazione della banca disperata. Quindi è stata una scelta fatta per spirito di servizio e non certo per convenienza personale. In particolare, Profumo ha rinunciato al compenso per il suo incarico di presidente”. In questo contesto – dicono – “abbiamo garantito la sopravvivenza di Montepaschi“.

“Vorremmo soffermarci ora sulle famigerate Alexandria e Santorini, il cui danno prodotto alla banca abbiamo fatto venire alla luce noi, non altri. Come è noto, la condanna a 6 anni discende dalla nostra scelta di adottare, per le due operazioni, il criterio di contabilizzazione ‘a saldi aperti’. Ciò in continuità con le precedenti modalità di contabilizzazione e d’intesa con le autorità di vigilanza e controllo”, proseguono gli ex vertici della banca di Siena.

“E’ appena il caso di ricordare – aggiungono – che una pena tanto severa mette di fatto sullo stesso piano noi, ovvero chi ha adottato un criterio contabile oggi in discussione ma non allora, e coloro che hanno distrutto quello che era il terzo gruppo bancario italiano, condannati a poco più di 7 anni”.

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