Ven 18 Gennaio 2019 — 01:24

L’Opec non ferma la caduta del petrolio



I produttori accolgono la proposta saudita e russa di prolungare fino al 31 marzo 2018 gli attuali limiti. Ma i prezzi perdono terreno

Riunitisi a Vienna, i 13 paesi membri dell’Opec, più altri grandi 11 produttori di petrolio non membri, fra cui la Russia, hanno concordato la proroga fino al marzo 2018 degli attuali tagli alla produzione in vigore da fine 2016, per cercare di sostenere il prezzo del barile e stabilizzare il mercato. Portavoce dell’Opec si è fatto il ministro saudita dell’Energia, Khalid Al-Falih, che così ha annunciato l’approvazione della proroga: “Nove mesi mantenendo il medesimo livello di produzione che i nostri paesi membri hanno fin qui tenuto è una opzione molto sicura e sarà sufficiente”.

L’accordo accoglie così la proposta che Arabia Saudita e Russia insieme avevano avanzato già alcuni giorni fa ponendola come il tema principale in discussione nella capitale austriaca. Anche l’Iran, rappresentato al summit dal ministro dell’Energia Bijan Namdar Zangeneh si era fin dai giorni scorsi detto d’accordo, forse unico punto che vede allineati Riad e Teheran, altrimenti sempre in reciproca contrapposizione, anche politico-militare, per l’egemonia nella regione del Golfo Persico.

La maggior parte degli esperti crede però che il prolungarsi del taglio alla produzione non avrà effetti particolarmente pesanti, tenendo conto soprattutto della produzione americana del greggio shale. In mattinata l prezzo del petrolio avevano guadagnato l’1%, poi hanno ceduto circa lo 0,5% prima di tornare sulla parità. Il motivo risiede nelle parole con cui Khalid Al-Falih aveva già dichiarato che i paesi produttori, Opec e non, erano indirizzati ad una estensione dei tagli alla produzione per 9 mesi, tuttavia mantenendo la riduzione dell’output ai livelli attuali. Il Wti era sui 51,32 dollari, in lieve calo dopo aver toccato un massimo di 51,93, mentre il Brent è sceso a 53,95, contro i 54,45 dollari di stamani. Poche ore dopo, verso le 14.00, il Wti è sceso sotto i 51 dollari al barile a 50,6 dollari, segnando un calo dell’1,4%, mentre il Brent stava appena sopra sopra i 53 dollari (-1,19%).

Già a novembre del 2016, l’Opec e altri 11 paesi produttori avevano accettato di ridurre la produzione di circa 1,8 milioni di barili al giorno dal primo gennaio fino al 30 giugno. Ma l’impatto di tale decisione ha finora prodotto pochi risultati, a causa dell’aumento dell’offerta dei Paesi che non hanno siglato l’intesa (come la Libia) e della rinnovata crescita della produzione di shale oil da parte degli USA. Comunque, la produzione totale dell’Opec, che era di 34,1 milioni di barili al giorno a fine novembre 2016 era arrivata alla fine di aprile 2017 a circa 31,9 milioni di barili al giorno, pari a un calo del 6,6%.

Il mercato, però, si aspettava a quanto pare interventi più decisi, mentre il semplice riproporre per altri sei mesi la formula già adottata negli ultimi tempi, ossia un taglio di 1,2 milioni di barili al giorno per i membri Opec, più la decurtazione di 558.000 barili per i non-Opec.
Per Nizam Hamid, di WisdomTree: “Il mercato petrolifero è destinato a rimanere volatile”. E spiega: “I progressi dell’OPEC sono oscurati dalla ripresa incontrollata dello shale oil, sia in termini di produzione che di numero di impianti di estrazione attivi. Negli ultimi dieci mesi, il numero degli impianti in funzione è salito da un minimo di 262 ad oltre 600, mentre la produzione è aumentata di quasi 0,35 milioni di barili a giorno. Anche se il movimento non vanifica completamente gli sforzi dell’OPEC, questo cambiamento delle dinamiche dell’offerta sui mercati ha indebolito il prezzo del petrolio. In parole povere, la capacità di ripresa del settore dello shale oil statunitense, in grado di ristrutturarsi a livello aziendale e di incrementare la produzione disponibile, rappresenta un ostacolo alla politica dei prezzi dell’OPEC”.

Anzi, secondo un altro analista, Pierre Melki, di Union Bancaire Privée, gli impianti estrattivi statunitensi sarebbero addirittura 712, al dato di metà maggio, e l’efficacia dell’accordo sarebbe erosa da due importanti eccezioni alla regola: “La Nigeria e la Libia, due nazioni dell’Opec esenti dall’accordo, stanno ripristinando la produzione e ciò potrebbe creare dei problemi. A inizio maggio, la Libia ha aumentato la propria produzione di oltre 700.000 barili al giorno, col greggio che aveva iniziato a scorrere nuovamente da due aree petrolifere riavviate ad aprile. La Nigeria, invece, dopo aver raggiunto, ad agosto 2016, i minimi da 30 anni con una produzione di 1,39 milioni di barili al giorno, ha intenzione di aumentarla nuovamente, grazie al riavvio pianificato del gasdotto Forcados”.

Filippo Diodovich, di IG, invita dal canto suo a non dimenticare il ruolo dell’Asia: “Le nostre aspettative di medio e lungo termine rimangono ribassiste. I fondamentali sull’industria petrolifera non lasciano molti dubbi sui possibili scenari futuri. L’offerta è ancora troppo elevata (scorte di greggio sempre sui massimi) e la domanda rimane ancora troppo debole, spinta solamente dall’aumento di richieste dell’India ma con forti dubbi sull’andamento dell’economia in Cina”.

Del resto, l’accordo finora in vigore sui tagli, e rinnovato fino a marzo 2018, non è stato pienamente osservato da tutti i paesi. Per esempio, solo fra i membri Opec si sono attenuti ai limiti Arabia Saudita, Venezuela, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, mentre fra i non-membri, proprio un peso massimo come la Russia è fra quelli che non sono riusciti a rispettare le quote. Perciò è probabile che anche gli obbiettivi dei prossimi sei mesi non vengano raggiunti, se non molto a spanne, contribuendo a tenere i prezzi contenuti. Ovvero sempre in un range fra 42-45 e 50-55 dollari al barile.

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