Gio 20 Giugno 2019 — 22:09

Gam: i rischi politici del 2016



Le analisi degli esperti: dalla Brexit alle elezioni negli Usa, ma anche l’impatto dei prezzi del petrolio in Medio Oriente. E torna a infiammarsi l’Iraq

Pubblichiamo un commento sui principali rischi geopolitici nel 2016 a cura di GAM.

Il mondo si confronta continuamente con numerose crisi concomitanti e con rischi sostanziali che hanno le potenzialità per condizionare le società globali negli anni a venire. I rischi geopolitici sono intrinsecamente difficili da prevedere, tuttavia in questo documento presentiamo alcune questioni chiave che gli esperti d’investimento GAM monitoreranno nel 2016.

La Brexit – Larry Hatheway, responsabile delle soluzioni di portafoglio multi-asset ed economista del gruppo

“Sebbene a mio avviso rimanga improbabile che il referendum nel Regno Unito porti a un ritiro negoziato di questo paese dall’UE, il rischio per i mercati è dato dall’incertezza di questo risultato e dalle possibili conseguenze per i prezzi degli asset. Si può creare un parallelo con i sondaggi relativi al referendum scozzese, tuttavia le implicazioni per i mercati potrebbero includere, tra l’altro, una certa debolezza per la sterlina e i titoli finanziari”.


Mancanza di crescita in Europa – Oliver Maslowski, gestore di portafoglio, azioni europee

“La crisi della crescita che sta affliggendo l’Europa resta irrisolta, e anzi potrebbe potenzialmente peggiorare a causa della crisi migratoria. Si aggiunga poi che la crisi dell’euro è lontana da una soluzione e gli investitori ne devono essere consapevoli. Molti paesi ancora non rispettano il Trattato di Maastricht relativamente ai nuovi deficit di bilancio, inclusi Francia, Grecia, Bulgaria, Italia, Portogallo e Spagna. Grazie a una politica monetaria accomodante, i livelli di debito sono in costante aumento, mentre la crescita del PIL resta debole. Al momento, soltanto i tassi d’interesse estremamente bassi impediscono a molti di questi paesi di essere soffocati dal debito. La crisi migratoria incrementerà ulteriormente i livelli di debito all’interno dell’UE, mentre l’auspicato contributo alla crescita economica è ancora tutto da dimostrare”.

Il prezzo del petrolio e il Medio Oriente – Paul McNamara, direttore d’investimento, strategie di debito dei mercati emergenti

“Ritengo che il rischio principale a livello globale sia l’impatto dei minori prezzi del petrolio nel Medio Oriente. Si stanno già evidenziando le prime tensioni e, se i prezzi rimarranno così bassi, si potrebbe creare anche una certa instabilità. In particolare, il deficit di bilancio dell’Arabia Saudita è attualmente intorno al 20% del PIL e il governo ha annunciato un programma aggressivo di emissione di debito, sebbene il paese disponga – come la maggior parte degli Stati nella regione – di ampie riserve per affrontare eventuali periodi difficili, grazie al suo fondo d’investimento sovrano. L’Iran è meno trasparente, ma i rendimenti obbligazionari onshore al 26% suggeriscono la presenza di tensioni interne. Mettiamo in evidenza questi due paesi, perché insieme rappresentano quasi il 20% della produzione petrolifera globale”.

Stipendi più alti e margini minori – John Lambert, direttore d’investimento, strategie azionarie globali e del Regno Unito

“La disuguaglianza di reddito è da diverso tempo una questione molto importante, soprattutto nei paesi occidentali. Nella società statunitense, la quota di reddito nelle mani delle fasce più alte è a livelli visti in passato solo alla fine dei “ruggenti anni Venti”. Tuttavia, le aziende negli USA e in Europa stanno iniziando ad aumentare i salari, come conseguenza della mancanza di personale di qualità adeguata, ma anche più in generale dei cambiamenti politici. Sebbene questo fenomeno sia sicuramente positivo, secondo alcune ricerche condotte sul mercato statunitense l’incremento sostanziale del salario minimo potrebbe avere un impatto su un numero di aziende compreso tra un terzo e la metà del totale, andando a intaccare la loro redditività. Poiché il trend rialzista che va avanti da lungo tempo è stato costruito sull’idea che i margini storicamente elevati dureranno, riteniamo che ciò rappresenti un rischio considerevole per la visione generale del mondo”.

L’Iraq – Roberto Cominotto, gestore di portafoglio, strategie energetiche

“Ritengo che la divisione dello stato iracheno sia solo una questione di tempo. Mentre i curdi, i sunniti e il governo di Baghdad guidato dagli sciiti si stanno concentrando sulla lotta contro l’ISIS, nel Kurdistan e nelle regioni sunnite stanno aumentando le forze secessioniste. All’inizio di quest’anno, la regione semi-autonoma curda ha iniziato a esportare direttamente il petrolio, “bypassando” il governo centrale di Baghdad contro il suo volere. I leader curdi hanno anche esercitato attività di lobbying a Washington a supporto di uno Stato indipendente. Una divisione del paese darebbe probabilmente origine a una maggiore instabilità e a dispute sui confini all’interno dell’Iraq, ma anche nei territori curdi in Turchia e Iran. Considerando che l’Iraq è uno dei più grandi produttori di petrolio, questa instabilità potrebbe avere ampie ramificazioni per il mercato petrolifero. Attualmente, i prezzi del petrolio non includono premi per rischi geopolitici e nessuno degli altri paesi principali produttori di petrolio avrebbe la capacità per compensare un’interruzione grave della produzione”.

Le ambizioni geopolitiche della Cina – Michael Lai, direttore d’investimento, strategie azionarie asiatiche

“Nel 2016 la crescita delle tensioni politiche in Asia inciderà probabilmente sull’umore nella regione. I continui sforzi della Cina per affermare la propria sovranità su gran parte del Mar Cinese Meridionale e la sua “disinvolta” opera di bonifica e costruzione di strutture che ricordano installazioni militari dovrebbero infiammare ulteriormente il sentimento di rivalsa tra gli altri paesi che rivendicano interessi concorrenti nell’area in questione. Per opporsi alla dominazione cinese, questi paesi continueranno ad accogliere con favore la guida statunitense in Asia e potrebbero persino vedere positivamente un Giappone più militarizzato. Ad accrescere ulteriormente le tensioni ci sono le elezioni di Taiwan del prossimo anno, dove si prevede con ampia probabilità l’avanzata del partito indipendentista DPP”.

Il protezionismo e le barriere commerciali – Ernst Glanzmann, direttore d’investimento e responsabile delle strategie azionarie giapponesi

“Potremmo assistere a un mutamento verso un maggiore protezionismo in termini di circolazione di beni e persone. Innanzitutto, la moderata ripresa del commercio e dell’economia globali e le politiche di promozione delle esportazioni attuate di recente dalla Cina potrebbero portare all’imposizione di barriere, tariffarie e non, a livello mondiale. Inoltre, in conseguenza dell’incremento dei voti per l’estrema destra dovuti all’ondata di attacchi terroristici, il libero transito delle persone potrebbe essere limitato e molti paesi potrebbero introdurre delle quote per i visti di lavoro. In un contesto caratterizzato da tali cambiamenti, il divario tra vincitori e perdenti tende ad ampliarsi”.

Le elezioni presidenziali negli USA – Matt Linsey, managing partner e gestore di portafoglio presso la North of South Capital LLP, nonché gestore di una strategia azionaria dei mercati emergenti per GAM

“Una fonte di rischio politico per il 2016 meno discussa è rappresentata dalle elezioni presidenziali del prossimo anno negli Stati Uniti. Per dare un esempio, un “tweet” di Hillary Clinton di alcuni mesi fa relativamente al prezzo eccessivo dei medicinali è stato sufficiente per far crollare i titoli biotech. Sebbene non sia affatto certo che Donald Trump ottenga la nomination repubblicana, il candidato ha comunque suggerito numerose misure protezioniste che avrebbero un sicuro impatto sui mercati emergenti. Indipendentemente da chi sarà il vincitore, ci attendiamo un investimento significativo nelle infrastrutture, soprattutto nel caso di un rallentamento della crescita economica negli USA, dato che la politica monetaria ha raggiunto un livello di saturazione. Ciò potrebbe concedere qualche speranza ai mercati delle materie prime, che stanno ancora soffrendo a causa del calo della domanda cinese”.

BCE e Fed: è ora di muoversi? – Tim Haywood, direttore d’investimento e responsabile delle strategie a reddito fisso

Generalmente i politici godono in tutto il mondo di una scarsa considerazione, come dimostrano i sondaggi di medio periodo, le manifestazioni di protesta, i dibattiti sul decentramento del potere, e il fiorire di frange partitiche. Pertanto, per ironia della sorte, il rischio è che essi diventino più visibili dei banchieri centrali, facendo passare in secondo piano quelli che sono attualmente il primo (Janet Yellen) e il secondo (Mario Draghi) punto di riferimento principali. Sia la BCE sia la Fed rischiano di dover ripensare – e anche piuttosto in fretta – le mosse messe in atto a dicembre. Negli ultimi quattro decenni, i dati produttivi dell’ISM sono stati un indicatore fondamentale nel prevedere recessioni quando i valori erano inferiori a 50, come sta accadendo ora. Anche la fiducia delle aziende statunitensi è in difficoltà, secondo molti sondaggi regionali. È questo lo scenario ideale per accompagnare il recente rialzo dei tassi? Per queste ragioni, ritengo che il rischio di un rovesciamento della politica della Fed nei prossimi 12 mesi sia del 25%. In Europa, la forte crescita dell’offerta monetaria dovrebbe aiutare a sostenere il futuro sviluppo della regione. È questo lo scenario nel quale sono necessari ulteriori stimoli? Ritengo dunque che ci sia la medesima probabilità di un ripensamento anche da parte della BCE.

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