Gio 29 Ottobre 2020 — 06:17

Fusione Mps, il Tesoro ci prova con Crédit Agricole



Il Mef avrebbe contattato la banca francese e sarebbe pronto a offrirle uno scudo fiscale sul maxi contenzioso da 10 miliardi

fusione mps

Fusione Mps, il Tesoro non si arrende. L’azionista pubblico (oltre il 68%) starebbe provando a vendere la sua quota a Crédit Agricole, ormai visto come uno dei protagonisti della nuova fase di consolidamento bancario. Il Mef sarebbe pronto a offrire alla banca francese una sorta di scudo fiscale sul maxi contenzioso da 10 miliardi.

Fusione Mps, pista Crédit Agricole

Dopo Unicredit, secondo fonti di Via XX Settembre citate oggi dal quotidiano Il Messaggero, nei giorni scorsi sondaggi sarebbero stati fatti sul Crédit Agricole che in queste settimane peraltro ha avviato colloqui con Banco Bpm, pur prendendo tempo.

Da parte sua Unicredit, a sua volta contattata (sempre stando ai rumors) aveva messo in chiaro di essere disposta a rilevare il Monte dei Paschi di Siena solo a fronte di un impatto neutro sul capitale, e quindi con un potenziale esborso per il Tesoro di almeno 3 miliardi.

La scelta della banca francese, che vanta una presenta consolidata in Italia dove è il settimo istituto di credito, viene anche giustificata con un precedente finora sconosciuto. Il Crédit Agricole, scrive il giornale romano, a giugno 2017 avrebbe volentieri salvato le banche venete alle stesse condizioni di Intesa: non gli fu fatta la proposta.

Mps, scudo pubblico su rischi legali?

Ma se Bp Vicenza e Veneto Banca erano in liquidazione, Mps è in bonis, anche se con troppe incognite legate soprattutto ai rischi legali, con un maxi contenzioso (petitutm) di 10 miliardi di euro.

Secondo la normativa contabile europea, nella semestrale al 30 giugno sono riportate le richieste con rischi probabili, cioè con una presunzione di definizione e un costo complessivo di 6,5 miliardi per i quali l’istituto ha effettuato una copertura di 931 milioni (14%). L’ammontare da pagare, è il ragionamento, dipende però dall’esito delle cause, che di norma si concludono con transazioni di valore di gran lunga inferiore.

Escludendo i 3,8 miliardi rivendicati a fine luglio dalla Fondazione Mps per vicende conseguenti all’acquisto di Antonveneta, il residuo fa riferimento ad operazioni di sollecitazione di pubblico risparmio nei periodi 2008-2011 e 2014-2015, per giungere sino al procedimento di ricapitalizzazione precauzionale di fine 2017.

Crediti d’imposta

Ed ecco, secondo la ricostruzione di stampa, come si concretizzerebbe lo scudo. Il sottosegretario al Mef Pier Paolo Baretta e il dirigente Stefano Cappiello stanno ragionando sulla possibilità di valorizzare i crediti di imposta (Dta) maturati sulle perdite pregresse. E questi crediti potrebbero attestarsi a 3,5 miliardi da far fruttare in un’operazione di fusione con un partner che chiude il suo bilancio in profitto.

La possibilità di chiudere “pari e patta” fra contenziosi e Dta va sottoposta alla Commissione Ue. Ma resta in piedi anche l’ipotesi di chiedere a Bruxelles una proroga per la privatizzazione, che potrebbe slittare dal 2021 al 2022.

In Borsa alle ore 10,52 le azioni Mps segnano -1,01% a 1,377 euro.

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